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Il biologico, l’agricoltura non violenta che coltiva la democrazia

Agricoltura biologica significa “vivere in modo semplice”. Agricoltura biologica come “pratica non violenta di cambiamento”. Agricoltura biologica come “giovani al lavoro”. Basterebbe questo per fare del biologico uno dei cardini su cui poggiare le scelte politiche per il futuro di un Paese, per renderlo libero dai veleni dei pesticidi, per contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici e proteggere il Pianeta garantendo equità e sostenibilità.

C’è uno Stato in India, il Sikkim, che ci ha creduto. E ci è riuscito: rendendo biologica al 100% la produzione agricola. Ci ha messo dodici anni a portare a termine la transizione ma il primo ministro dello Stato del Sikkim, Pawan Kumar Chamling (presidente e fondatore del Fronte democratico Sikkim),è riuscito a dimostrare come un modello agricolo al 100% biologico, basato sui principi dell’agro-ecologia e dell’economia circolare locale, sia possibile. E come questo possa esser replicato dappertutto si abbia voglia di sostenibilità.

Chamling è stato in visita a Montecitorio per raccontare questo viaggio, iniziato nel 2003 e finito con la certificazione di “Stato interamente biologico” nel gennaio 2016. È venuto in Italia, a Roma, per condividere con il nostro Paese un lungo percorso, ma anche per l’assegnazione del ‘Future policy award‘, il premio dedicato alle migliori politiche globali per l’agro-ecologia, organizzato dalla Fao, dal World future council e Ifoam organics international in occasione della Giornata mondiale delle Nazioni Unite per l’alimentazione.

Insieme con lui, Vandana Shiva (presidente di Navdanya international e membro del comitato esecutivo del World future council) che con la sua ‘forza’ ha sostenuto la voglia di cambiamento del Sikkim e ha contribuito alla conversione ‘biologica’ del Paese, mettendo a disposizione formazione agli agricoltori e ai responsabili istituzionali. Ma Vandana Shiva, intervenendo dal Congresso internazionale sulla biodiversità, ha annunciato l’intenzione di andare ancora più avanti, sempre su questa strada; insieme con altri partner internazionali, e lo stesso primo ministro del Sikkim, intende rendere l’Himalaya totalmente biologico; e di guardare a un impegno comune mirato verso una transizione globale per un’alimentazione e un’agricoltura senza veleni entro il 2050.

La formula così declinata di “biologico al 100%” è in grado di dare vita a un ciclo virtuoso tra agricoltori, ambiente, territorio e comunità. Il Sikkim è diventato un esempio concreto di economia democratica; rappresenta un esempio da seguire per il resto del mondo, per il futuro della nostra alimentazione e della nostra economia.

Circa 12 anni fa è stata presa la decisione di trasformare l’agricoltura dell’intero Stato per farla diventare al 100% biologica, attraverso una dichiarazione nell’Assemblea legislativa. Il primo ministro ha tenuto duro. E ci è riuscito, in uno Stato con una popolazione di 600.000 abitanti, una superficie di poco più di 7.000 chilometri quadrati, e con il 70% della popolazione rurale o dipendente dall’agricoltura. Negli anni successivi, il Sikkim non si è fermato: ha bandito pesticidi e fertilizzanti chimici, ha aiutato gli agricoltori a certificare come ‘biologico’ circa 190.000 acri di terreno agricolo e il primo aprile 2018 ha vietato l’importazione di molti ortaggi non biologici da altri Stati.

Ora, non soltanto le imprese che operano nel biologico ottengono risultati maggiori rispetto a quelle convenzionali legate all’attuale sistema di produzione alimentare ma quest’ultime – come viene spiegato dal Manifesto ‘Food for health’, di recente pubblicato da Navdanya international – hanno anche effetti negativi sull’ambiente e sulla salute. Dobbiamo occuparcene anche in Italia, dove il biologico sta crescendo e in alcuni casi – anche grazie a dei capitani coraggiosi – ha ormai raggiunto punte d’eccellenza. Dobbiamo ricollocarci, prendere la strada che porta dritti nel futuro.

Un’agricoltura che richiama i valori della terra, e la semplicità della vita, ha già di per se una forza rivoluzionaria che se applicata al cambiamento diventa dirompente per la società. È evidente come si stia anche parlando di cambio culturale che coinvolge, naturalmente, i cittadini; ormai consapevoli e alla ricerca di qualità, di equità e di quello tutto quello che è anche ‘sostenibile’.

Che poi sia anche una “pratica non violenta di cambiamento”, il biologico “seminato, raccolto e diffuso” è una di quelle rivoluzioni necessarie. Soprattutto perché non può esserci uno sviluppo vero, buono, sano e moderno che non vada d’accordo con l’ambiente, rispettando le sue risorse e la salute delle persone che lo vivono.

Eppure l’ecologia del cambiamento è qui, proprio qui, magari dentro un seme da accudire e veder germogliare: un mondo libero dai veleni, libero dall’inquinamento, che garantisce un’alimentazione sana e la salute alla popolazione, che pensa alla salvaguardia della biodiversità, e alle generazioni future combattendo i cambiamenti climatici. Eppure, tutto questo, sarebbe “semplicemente” democrazia.

 

fonte Huffington Post – Rossella Muroni

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